Cercare significato nella valutazione

Un bellissimo complimento che quest’anno mi è stato fatto viene da un alunno, il quale ha detto (non a me direttamente, l’ho saputo da un testimone): “La prof di inglese è oggettiva e non fa preferenze”.

Devo confessare che di quel complimento avevo proprio bisogno, perché la valutazione è uno di quegli argomenti che non ti fa mai sentire “a posto”. C’è sempre qualcosa che avresti voluto dire, o fare, o non fare e non dire… Insomma non ti senti mai all’altezza e ti pare sempre di tradire la fiducia riposta in te, perché sai benissimo quali sono le aspettative eccetera eccetera e via contorcendosi.

Benvenuto sia dunque il post di Sabina che parla della valutazione con grande onestà e un pizzico di avvilimento – quello che provo anch’io e molte persone che conosco, prima e durante gli scrutini. Riflette Sabina: “Valutare è dunque aiutare a crescere. In ogni caso occorre avere strumenti adeguati e collaudati, parametri condivisi, fare confronti, paragonare”.

Noi insegnanti di lingua straniera siamo molto fortunati perché abbiamo uno strumento unico nel suo genere che si chiama Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue (detto anche QCER; un esempio molto molto sintetico qui, ma in realtà esistono diverse tabelle estremamente specifiche). Nel nostro liceo, che è un classico-linguistico, ne abbiamo parlato a lungo e abbiamo anche “partorito” delle griglie di valutazione comuni che si adattassero alle varie lingue. Poi siamo andati un passettino oltre: alla fine del biennio somministriamo lo stesso test (uno per ogni lingua, in verità) in tutte le classi parallele e poi ci scambiamo le verifiche per la correzione “incrociata”.

Questo procedimento è “anatema” per la maggior parte dei nostri colleghi di italiano del biennio. Alcuni docenti di italiano del triennio invece fanno la stessa cosa in vista dell’Esame di Stato finale (la “matura”), proprio pensando ai futuri Commissari esterni e preparandosi alle loro possibili osservazioni.

E’ interessante osservare che nonostante queste procedure condivise e ben studiate, al momento di mettere il voto si possono avere comunque pareri diversi. E’ proprio vero che “…posso dare più valore a obiettivi disciplinari o alla acquisizione di abilità utili alla vita, posso pensare ad una soglia minima uguale per tutti o invece al massimo successo raggiungibile per ogni singolo studente” (ancora Sabina) Verissimo. Soprattutto quando si valuta una produzione libera, per quanto piccola.

Mi sento comunque di rassicurare che in genere questa procedura conferma la valutazione generale degli allievi: chi era sopra (o sotto) la media resta comunque sopra (o sotto), salvo leggere variazioni.

Fin qui per quanto riguarda la valutazione dal punto di vista del docente, ovvero del “produttore di numeretti”. Cosa che però non ci basta perché non ci dà un significato che vada oltre la necessità di riempire moduli.

Ma “Gli studenti sono studenti, persone. Lo strumento che io uso è un numero: come posso racchiudere in un elemento quantitativo una valutazione che è per forza, per sua natura un giudizio e dunque un elemento assolutamente anche qualitativo? Il voto si presenta come numero ma non lo è affatto, perché è frutto di un giudizio e di una mediazione. So bene che la misurazione non è valutazione, ma solo una fase di essa. Non so.” L’hai detto benissimo, Sabina!

A questi numeri va dato un significato che abbia senso dal punto di vista dello studente. Io ho trovato che riesco a farlo solo se li inserisco in un “divenire”, nella metafora del percorso. A tal fine, devo curare molto sia gli strumenti che uso, sia la comunicazione. Le mete, le griglie valutative e talvolta anche il QCER vanno condivisi con gli allievi. Il QCER in particolare è uno strumento molto potente perché mette in moto un’assunzione di responsabilità da parte dello studente (anche giovane), il quale è invitato a leggerlo con attenzione e a chiedersi: “io a che livello sono?”, ma soprattutto: “Qual’è la prossima tappa?”

Poiché il Quadro di Riferimento parla della comunicazione linguistica in generale (dovendosi applicare a tutte le lingue straniere), secondo me parla anche dell’italiano e può benissimo fornire spunti di autovalutazione anche nell’italiano. Se qualcuno è interessato, si può provare ad esplorare questa idea.

Desidero però finire questo post ponendo la questione grande del futuro. E’ il mio pallino del momento, ciò che non riesco ancora a vedere con chiarezza: quali sono i cambiamenti che l’uso sempre più massiccio delle nuove tecnologie porterà nel campo della valutazione? Perché è chiaro che c’è bisogno di cambiamenti. Non può cambiare il paradigma dell’apprendimento senza che cambi la valutazione!

Getto questo sasso nello stagno e vado a dormire.

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13 thoughts on “Cercare significato nella valutazione

  1. Sono felice che il mio post abbia avuto successo.
    Da parte mia intendevo solo chiarirmi un po’ le idee confrontandomi con qualche collega come te disposto a mettersi in gioco. Cosa rara , almeno nella mia scuola.
    Io ho ancora un sacco di dubbi ma quell’idea del QCER mi intriga , insegnando italiano.
    Perché i tuoi colleghi del biennio non lo vogliono? Come lo useresti tu?
    Noi lo abbiamo inserito nel certificato di valutazione delle competenze proprio con le stesse accezioni .
    Lì é passato quasi inosservato poiché delle competenze non frega nulla a nessuno, credo. Noi siamo ancora quelli del contenuto trasmesso e ripetuto a bassa voce, alla cattedra, come in una chiesa. Celebriamo il rito di un sapere che forse nemmeno esiste più.
    Quello che dici sulla valutazione che deve cambiare con l’uso della
    Tecnologia é verissimo.
    Sarebbe un interessante argomento per un prossimo mooc!

    Ti rispondo qui anche all’altro post: perché avete scartato l’Ipad?
    Io lo trovo insuperabile.
    In ogni caso pure io avevo dubbi sul tablet per via della tastiera ma mi pare che per i ragazzi sia tutto ormai così naturale che il tablet che suggerisce l’idea del tuo quaderno tecnologico mi affascina di più.

    Esistono moltissime app per ios e altri sistemi che trasformano con un cavo e un proiettore il muro in una magnifica Lim multimediale.

    Dunque tablet, ma che funzioni bene. Noi ne abbiamo comprati alcuni a poco prezzo per i docenti ( abbiamo il registro on line) ma funzionano malissimo.

    Quando avete avuto la conferma della 2.0? Noi abbiamo fatto richiesta ma nulla, per ora tutto tace.

    1. Abbiamo avuto conferma della Cl@sse 2.0 appena venerdì scorso – ma il Friuli Venezia Giulia è piccolo, magari nelle regioni più grandi ci mettono di più a decidere.
      Vedo con piacere che anche tu ti sei dedicata alla riflessione sulle competenze. Of course! Chi ragiona di valutazione non può non ragionare sulle competenze! E dici benissimo quando dici “delle competenze non frega nulla a nessuno, credo. Noi siamo ancora quelli del contenuto trasmesso e ripetuto a bassa voce, alla cattedra, come in una chiesa. Celebriamo il rito di un sapere che forse nemmeno esiste più”. Sembra la fotocopia della mia scuola! Chi sente il bisogno di confrontarsi è considerato un “rompiscatole” ossessionato dal bisogno di passare i pomeriggi a scuola. Che tristezza!
      E’ bello confrontarsi sul web, ma poi la differenza la fa l’atteggiamento dei Consigli di classe dove si lavora. Ogni tanto sono stata fortunata: dove si è formata una squadra di anime affini, il rendimento dei ragazzi si è alzato sensibilmente. Negli altri casi vince il vecchio gioco pigro: voi prof… noi studenti… vediamo chi frega chi…
      Sul QCER potrei scrivere magari un post. Devo ritrovare il materiale, però.

  2. “Noi siamo ancora quelli del contenuto trasmesso e ripetuto a bassa voce, alla cattedra, come in una chiesa. Celebriamo il rito di un sapere che forse nemmeno esiste più”: sembra la fotocopia di tante, troppe scuole in Italia! Noi insegnanti di lingue su questo siamo un po’ più avanti, in genere, sia grazie al QCER sia grazie al fatto che spesso prepariamo gli studenti per le certificazioni esterne (PET, FCE, DELF ecc.), sia perché tutto sommato se siamo diventate insegnanti di lingue è anche perché siamo un po’ “esterofile” e assorbiamo come spugne il meglio che troviamo in giro per il mondo. Ma gli altri? La parola “interrogazione” stessa dà l’idea della differenza rispetto a uno “speaking test”: si interroga qualcuno perché “rigurgiti” quello che ha imparato (il più delle volte a memoria, senza ragionarci nemmeno troppo) sul libro o sul quaderno. Quando sono arrivata nella scuola dove sono ormai da 10 anni, funzionava più o meno così anche nella lingua straniera, negli ultimi due anni di corso. Lo studente imparava a memoria un qualche argomento (le banche, la borsa, la crisi del ’29, la geografia del Regno Unito) e si dimenticava completamente come si parla inglese (a tal punto che spesso capitava che gli studenti del biennio parlassero inglese, o francese, meglio di quelli di quinta!). Negli ultimi anni molto è cambiato per noi, ma in altre materie tutto è rimasto com’era, e non per nulla quando si arriva agli scrutini, persone che hanno valutazioni molto alte in inglese, spesso hanno a malapena il 6 in altre materie, e studenti che vanno male ad inglese hanno voti migliori in quasi tutte le materie (perché lo studente “brillante”, che magari studia poco, ma è molto intelligente e ragiona, spesso piace meno di quello che si impara gli appunti del prof. come l’Ave Maria…). E poi, di tutti questi contenuti a memoria, cosa rimane, dopo qualche mese o qualche anno, nella testa degli studenti? Poco o nulla, mentre le competenze, quelle, restano, e sono anche utili sia che vogliano continuare gli studi sia che decidano di cercarsi un lavoro. Ma chi glielo spiega alla maggior parte dei nostri colleghi?

  3. Io vivo un’esperienza molto diversa nella scuola in cui insegno (una scuola media) . Noi siamo piuttosto attenti al rifiuto del contenuto a memoria e con i ragazzi l ‘obiettivo primario é proprio quello del ragionamento. Anzi, credo che materie come storia, geografia, letteratura….. si prestino molto allo sviluppo di un discorso personale. Agli esami (che mi cominciano proprio stamattina!) abbiamo deciso finalmente che il colloquio orale sará veramente un colloquio e abbiamo proibito (sí, ho scritto PROIBITO) di preparare le famose “tesine”!
    Pensavo di raccontare a fine mese in un post come andrá…….

  4. Si, mi associo!
    Se racconti degli esami anche io racconterò.
    Anche noi,ma solo nella mia sezione da tre anni abbiamo abolito la tesina, se dio vuole!
    L’anno passato ero a far esami in due terze diverse, dopo anni che non mi capitava. Non sapete che esperienza utile sia stata.
    Io che insegnavo a quelli considerati peggiori della scuola ho scoperto che i miei alunni peggiori ne sapevano molto di più dei migliori dell’altra sezione, almeno di Italiano.
    Abbrevio e arrivo al dunque : sono rimasta sconvolta dalla differenza che esiste fra una sezione e un’altra, fra un metro e un altro, fra un progetto di lavoro e un altro.
    Credevo che certe attitudini mentali un po’ bigotte e retrograde( sui BRAVI alunni) non esistessero più ma mi sbagliavo.
    Ho anche capito che abbiamo sulla coscienza il fallimento scolastico di molti studenti. Spero la vita li tratti meglio di noi.
    E poi dicono che riflettere sulla valutazione sia inutile!

  5. Lucia questo deserto che fa da background è bellissimo e trattandosi di scuola, scusa il sarcasmo, davvero ad hoc, ma temo renda la lettura dei commenti (per chi come me cambia occhiali più di un paio a seconda della distanza e dei caratteri) davvero una sfida!
    La valutazione credo sia anch’esssa una battaglia… persa, a mio modesto parere, chissà per quanto anni ancora.
    La perfezione non è di questa terra è vero, ma in molte altre parti del pianeta hanno trovato e sperimentano già da molti anni soluzioni di compromesso e ibridazione tra la valutazione soggettiva (formativa o sommativa sempre soggettiva è se ce la cantiamo e ce la suoniamo tutta da soli) e una o più forme di valutazione o/o rendicontazione esterne che controbilancino, misurino, contengano in qualche modo comunque salutare la naturale spinta verso la arbitrarietà più assoluta e distruttiva che secondo me la fa ancora da padrone ne nostro sistema scolastico. Non che un’azienda realizzi prodotti migliori se si attiene alle procedure di qualità, se ci ha l’ISO9000 o che so io ma il fatto di doversi misurare con uno o più parametri esterni fa si naturalmente che lo standard prima o poi proceda verso su; il fatto poi di dover tenere conto e quindi render conto – accountability è la chiave primaria – al potenziale cliente che mi tira dietro il prodotto se non risponde a certi criteri e se ne va a scegliere altrove magari facendomi perdere la poltrona, è un’altra potente spinta naturale a far bene quasi del tutto assente nel nostro sistema pur molto democratico. Mi piace esagerare, scusate, ma lo trovo terapeutico ogni tanto, ferma restando (non fraintendetemi) la mia stima sul lavoro coscienzioso, professionale e innovativo di moltissimi colleghi. A proposito di assessment innovativo e tecnologia a me piace molto la filosofia – ma non è la stessa dei boy scouts? – di badge e gamfication tipo class dojo, conoscete?

    1. Ciao Fabrizio, grazie per essere venuto a fare una passeggiata da queste parti.
      Hai ragione, la foto del deserto è veramente troppo scura e rende eroica la lettura (grazie a chi ha perseverato fin qui!!!), ma ora mi sembra quasi un “brand” e mi dispiacerebbe cambiarla. Potrei schiarirla, se avessi un programma di fotoritocco (magari mi dai un consiglio tu su come fare a-gratis?). Anche il font è pessimo, ma grazie alle lezioni sul codice, ho imparato a modificarlo ingrandendolo (ahimè, tutte le volte a mano).
      Sono d’accordo con te che l’unico modo per avere una valutazione più oggettiva è renderla “accountable”. Come viene fatto nella nostra scuola, l’ho scritto nell’articolo. Da parte mia, cerco di essere trasparente con i miei allievi, appendendo in classe le griglie di valutazione e scrivendo romanzi sui loro compiti in classe. Per uscire dall’ottica dei numeretti, a volte vado a caccia di rubriche valutative interessanti in rete, a volte me le costruisco da sola e le presento agli studenti.
      In verità la caccia all’oggettività è come la caccia all’araba fenice: la cerchi sempre e non la raggiungi mai. D’altro canto, l’oggettività non esiste: anche i questionari Invalsi, che pure privilegiano le crocette, sono scelti da qualcuno (infatti le polemiche si sprecano).
      Di class dojo non ho mai sentito parlare – d’altro canto con i teenager più grandi bisogna andarci piano, con la gamification. Anche perché con due ore di inglese a settimana (tante ne gestisco al liceo linguistico!) posso permettermi solo l’essenziale.

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